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Invecchiare con dignità

Posted By on Maggio 4, 2019 in ucronia | 0 comments

La settimana scorsa ho “incontrato” Francesco Guccini dopo, forse, vent’anni dall’ultima volta che eravamo nella stessa stanza, il contesto purtroppo non è stato dei migliori; il maestro presenziava all’inaugurazione di un giardino a Melpignano, un paesino del leccese; cosa ci facesse lì, realmente, Guccini rimarrà un mistero profondo, resta il fatto che nonostante il sindaco del paesello si beasse del recupero di uno storico giardino all’interno di un palazzo del 1600, nella piazza c’erano un migliaio di persone accorse solo per vedere Guccini e del tutto disinteressate all'”evento”.

Ne parlo solo ora perché solo adesso ho avuto modo di metabolizzare quella serata.

Francesco Guccini mi ha accompagnato per quasi tutta la vita, i suoi pezzi sono stati la colonna sonora di tante notti insonni per un motivo o per un altro, ogni sua canzone è legata ad un momento, ad un ricordo. Vederlo anziano, malato, stanco non mi ha fatto bene, ma che non fosse privo di acciacchi lo sapevo già. Devo dire che il suo intervento è stato anche estremamente lucido e alquanto paraculo, quindi chapeau; anzi sentiamolo un po’:

Io, in realtà, ero lì perché avrei voluto parlarci e stringergli la mano, avrebbe potuto essere l’ultima occasione, però alla fine ho lasciato perdere, non perché fosse impossibile, difficoltoso magari ma non impossibile ma perché; boh perché ho avuto una sgradevole impressione.

Guccini sembrava morto, una sorta di fantoccio messo lì come una reliqua, inerte per i selfie degli astanti, una sorta di zimbello fuori dal tempo estraneo all’ambiente che lo circondava, “costretto” ad elogiare delle orride danze popolari all’interno del giardino, quasi immobile e del tutto spaesato. Mi ha fatto una tristezza infinita, ma a ben pensarci non era lui ad essere fuori luogo era il circo che gli hanno costruito tutt’intorno ad essere anni luce distante da lui e credo che questo ormai sia per lui una costante di vita.

Unica nota di colore: chiacchierando con un amico sul perché Guccini fosse lì dico:-bah, perché no, gli hanno pagato una vacanza in Puglia, per qualche ora di pagliacciate- e vengo assalito da una anziana fan modenese scatenata che mi parte con una filippica sulle doti dell’integerrimo maestro, roba che nemmeno a un concerto dei Duran Duran degli anni ’80. Ora, a prescindere dal fatto che la megera della vita di Guccini non ha capito un cazzo mi è sorto un dubbio ancora più amletico: cosa diavolo ci faceva ‘na bréda v’sciassa (cit.) modenese nella torrida provincia di Lecce?

C’è da dire che, magari non fisicamente, Guccini è invecchiato con dignità, non è una cosa facile, e se ha deciso di smettere di suonare nel momento che si è reso conto di non aver più nulla da dar, per il resto, continua a fare quello che gli pare, anche farsi trovare in un paesino sperduto del Salento.

A questo questo punto non mi resta che lasciarvi con questo pezzo: quello che ho ascoltato la notte che morì mio padre.

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