L’Ultima Thule chiude la carriera musicale di un Francesco Guccini che a 73 anni conclude il suo percorso con la musica con un nuovo album e una conferenza stampa in un circolo Combattenti e Reduci[1] con le luci da balera accese; un incontro con i giornalisti che gli chiedono cosa farà d’ora in poi e a cui risponde esattamente come  mi sarei aspettato:

«Cosa faccio adesso? Leggo. Mi alzo la mattina verso le dieci, dieci e mezza, e leggo. Poi pranzo e guardo i telegiornali e leggo. Ceno e poi leggo»

Cosa volete che faccia uno come Guccini a più di settant’anni.

Non voglio in alcun modo recensire L’Ultima Thule che si riallaccia chiaramente a Stagioni del 2000 e Ritratti del 2004,  secondo un copione che sembra quasi già scritto. L’Ultima Thule è una sorta di testamento musicale con alcuni pezzi anche notevoli ma dove si avverte un Guccini decisamente stanco di cantare, stanco di stare al centro dell’attenzione, stanco di fare il pagliaccio a 70 anni suonato, stanco.

Il primo album di Guccini uscì, praticamente senza alcuna accoglienza di pubblico, nel 1967, 45 anni fa. Guccini, le sue canzoni mi accompagnano dall’adolescenza, più di 25 anni, ahimé. Alcuni pezzi SONO la colonna sonora della mia vita. Guccini con le sue canzoni è stato un faro nella notte, quella notte cantata in Canzoni di Notte; da lui ho imparato molto, i suoi testi mi hanno sempre aiutato indicandomi un punto di vista differente, alternativo (in senso opposto a quello che ci si aspetterebbe) su molti argomenti, su molti aspetti della vita, dell’universo, della società. Ma da Guccini ho  imparato anche, semplicemente, un certo modo di scrivere e di parlare; vi racconto un aneddoto. Dovevo frequentare il terzo o il quarto superiore avevo preso un paio di quattro ai compiti in classe di italiano. Non credo che fossi realmente scarso ma semplicemente scrivere a comando di argomenti di cui non mi interessa non mi ha mai appassionato. Il giorno prima dell’ultimo compito in classe passai tutto il pomeriggio, fino a sera, steso sul mio letto ad ascoltare Francesco Guccini e Fabrizio De Andrè. Il giorno dopo non scrissi un tema, non mi ricordo nemmeno l’argomento, non mi importava, ricordo solo che rielaborai le tre righe della traccia usandole come canovaccio per fare un collage di pezzi delle canzoni che avevo ascoltato per tutto il giorno precedente. A quel compito presi immeritatamente nove, ma anche quello fu un insegnamento: la forma conta più della sostanza specialmente se hai di fronte un imbecille.

La notizia della fine del Guccini cantante giunge praticamente insieme alla morte di mio nonno e ciò un po’ mi fa riflettere se non altro sul fatto che, forse, sto diventando adulto, ma Guccini fa bene a ritirarsi dalle scene musicali l’alternativa sarebbe che morisse per non deludere i fans e francamente non mi sembra il caso (Francesco lo so che ti stai grattando le palle adesso) adesso penso si rimetterà a scrivere romanzi, probabilmente gialli ambientati nella provincia emiliana, che io non leggerò sicuramente… perché Guccini è un’altra cosa, o almeno lo è per me.

[1] Ma quanti “Combattenti e Reduci”, si intente della II Guerra Mondiale, sono ancora vivi?

 

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