In italia si continua a perseverare in quell’atteggiamento autoindulgente che contraddistingue da secoli i popoli della penisola. Uno dei tanti esempi è la leggenda, nota solo all’italico popolo, che vorrebbe l’università italiana fra le migliori al mondo, con i laureati contesi dalle multinazionali e dalle università dell’intero pianeta. La verità ovviamente è molto lontana da quello che ci piacerebbe credere. In particolare, con la riforma del 2000 voluta dall’allora ministro Berlinguer che istituiva il 3+2, si è decretata la morte dell’università italiana in favore della creazione di frotte di caproni laureati buoni solo a svalutare il titolo di dottore e destinati a rimanere disoccupati o, peggio, sottooccupati.

In se l’idea di trasformare la vecchia università di 4-5 anni in un sistema più anglosassone con bechelor + master + dottorato non era poi così peregrina vista la difficoltà di equiparare i vecchi titoli con gli omologhi degli altri paesi; il vero problema è che la riforma aveva come obiettivo dichiarato quello di aumentare il numero di laureati e diminuire il numero di abbandoni. Parlando per le  realtà che conosco (facolta di scienze e di ingegneria), l’università è diventata un prolungamento della scuola superiore con le matricole coccolate dai tanti assistenti utilizzati nella didattica per far fronte al proliferare del numero di esami. Invece di accorpare nel triennio gli esami della vecchia quadriennale depurandoli di eventuali corsi troppo specialistici si è semplicemente deciso di diluirli in cinque anni e decine di esami riducendo drasticamente tutta la parte teorica, fondamentale per un serio corso di  studi che possa definirsi universitario. Tutto ciò immaginando, erroneamente, di rispondere alle esigenze del mondo del lavoro e senza pensare che la realtà imprenditoriale italiana non vuole veramente tecnici ma solo fessi da sottopagare e che in questa realtà sopravvivi solo se sei bravo, ma bravo per davvero. L’università di oggi, invece, ha perso persino la prerogativa di insegnare ai discenti la capacità di apprendere e di applicare le regole di base a qualunque tipo di realtà, semplicemente perché le regole di base non le insegna più a favore di nozioni  già vecchie  ben prima che lo studente possa farsi chiamare dottore.  Ovviamente la riforma ha avuto successo, gli abbandoni sono diminuiti, le iscrizione sono aumentate, i corsi di laurea e gli indirizzi si sono moltiplicati sfociando a volte in insegnamenti davvero assurdi e sono aumentati anche i laureati visto che oggi, col sistema dei crediti, giusto una trota non riuscirebbe a laurearsi più o meno in tempo. Ovviamente di tutta questa massa di “ignoranti”, specie se laureati solo con la triennale, le aziende non sanno cosa farsene, al contrario di altri paesi dove i tecnici col bechelor sono fortemente richiesti, qui vogliono solo laureati quinquennali e anche quelli sono costretti a formarli lamentandosi delle inefficienze del sistema universitario che almeno prima tirava fuori gente in grado di imparare da sola. Il risultato di tutto ciò è stato, ovviamente, un forte dilazionamento, rispetto a dieci anni fa, dei tempi necessari ad un laureato per trovare lavoro, in particolare da quando i call center sono stati sostituiti dai risponditori automatici.

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